Responsabilità fiscale delle piattaforme digitali e ruolo degli algoritmi nel procedimento a carico di Amazon
Responsabilità fiscale delle piattaforme digitali e ruolo degli algoritmi nel procedimento a carico di Amazon

Responsabilità fiscale delle piattaforme digitali e ruolo degli algoritmi nel procedimento a carico di Amazon

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano ha richiesto il rinvio a giudizio della società Amazon e di quattro suoi dirigenti apicali, contestando una vasta operazione di evasione dell’imposta sul valore aggiunto per un importo complessivo stimato in circa 1,2 miliardi di euro, riferito al periodo tra il 2019 e il 2021. Il procedimento, coordinato dal pubblico ministero Elio Ramondini con il supporto della Guardia di finanza di Monza, assume rilievo non solo per la dimensione economica, ma anche per il modello organizzativo e tecnologico che viene posto al centro delle contestazioni.

Il modello di business del marketplace e la gestione dei venditori extra UE

Al cuore dell’impianto accusatorio vi è la gestione del cosiddetto marketplace, la piattaforma attraverso la quale venditori terzi offrono beni ai consumatori all’interno dell’Unione europea. Secondo la Procura, circa l’80 per cento dei seller operanti sulla piattaforma sarebbe costituito da soggetti extra UE, i cui dati identificativi e le informazioni relative alle operazioni commerciali non sarebbero stati correttamente e compiutamente messi a disposizione dell’Amministrazione finanziaria italiana.

Per l’anno di imposta 2019, a titolo esemplificativo, il pubblico ministero contesta la mancata comunicazione ovvero la comunicazione incompleta dell’identità di 31.611 fornitori e dei dati relativi ai beni da questi importati e successivamente ceduti all’interno dell’Unione europea per il tramite del marketplace. Le informazioni sui venditori e sulle relative operazioni, evidenzia la Procura, sarebbero conservate in database localizzati a Bangalore, in India, con rilevanti implicazioni anche in termini di accessibilità dei dati e cooperazione amministrativa e giudiziaria internazionale.

Algoritmi, machine learning e obblighi fiscali

Un profilo particolarmente innovativo dell’indagine attiene al ruolo attribuito agli strumenti tecnologici utilizzati nella gestione della piattaforma. Nel provvedimento con cui viene formulata la richiesta di rinvio a giudizio, il pubblico ministero descrive l’esistenza di sistemi di machine learning dedicati alla gestione degli ordini e di algoritmi di logistica predittiva che, secondo l’accusa, opererebbero nella totale e sistematica indifferenza rispetto all’adempimento degli obblighi fiscali e doganali imposti dalla normativa italiana ed europea.

La Procura di Milano sottolinea come il modello algoritmico, pensato per ottimizzare tempi di consegna, gestione dei flussi e disponibilità di magazzino, non risulterebbe adeguatamente calibrato per garantire il rispetto dei doveri informativi verso il Fisco, nonché il corretto assolvimento dell’IVA sulle operazioni effettuate dai venditori terzi. In tale prospettiva, la responsabilità di Amazon verrebbe ricondotta non solo a condotte omissive o commissive dei singoli, ma anche alla scelta e al mantenimento di un sistema automatizzato che prescinderebbe dall’integrazione delle regole tributarie nei propri processi decisionali.

Il Decreto Crescita e le interlocuzioni con l’Agenzia delle Entrate

La ricostruzione accusatoria si sofferma inoltre sul rapporto tra Amazon e le istituzioni italiane a seguito dell’entrata in vigore delle disposizioni normative introdotte con il cosiddetto Decreto Crescita. Tale intervento legislativo ha rafforzato gli obblighi di comunicazione e cooperazione dei gestori di piattaforme digitali ai fini del controllo e dell’accertamento fiscale, con particolare riferimento alle operazioni poste in essere da soggetti non residenti.

Nelle 28 pagine della richiesta di rinvio a giudizio, il pm Ramondini evidenzia come, sia prima sia dopo il varo del Decreto Crescita, la società abbia avuto fattive interlocuzioni con l’Agenzia delle Entrate e con altri interlocutori istituzionali. Secondo la Procura, tali incontri non sarebbero stati prevalentemente finalizzati a chiarire dubbi interpretativi o applicativi delle nuove norme, ma a perseguire un assetto regolatorio ritenuto più gestibile dall’operatore, in modo da evitare il pieno adempimento degli obblighi specifici introdotti dal legislatore.

Accertamenti fiscali, versamenti effettuati e contestazioni residue

Nell’ambito dei rapporti con l’Amministrazione finanziaria, Amazon ha proceduto al versamento di 527 milioni di euro a favore dell’Agenzia delle Entrate, nell’ottica di definire una parte delle pendenze tributarie. Il pubblico ministero sottolinea tuttavia che tale pagamento è stato effettuato in forma rateale, dilazionata su più anni, e, soprattutto, che l’assetto tecnologico e organizzativo alla base del modello di business non risulterebbe sostanzialmente modificato.

La Procura, pertanto, pur prendendo atto dell’accordo con il Fisco, non ritiene superate le criticità originarie, ponendo l’accento sulla mancata revisione degli algoritmi e dei sistemi di machine learning utilizzati nella gestione delle attività di marketplace. Le memorie difensive depositate dai legali della società, volte anche a valorizzare l’avvenuto versamento e la collaborazione con l’Amministrazione finanziaria, vengono analiticamente contestate dal pm, che mantiene ferma la prospettazione accusatoria sotto il profilo penale.

Profili penali ulteriori: contrabbando e stabile organizzazione

Ipotesi di contrabbando doganale

Parallelamente al filone principale incentrato sull’IVA, la Procura di Milano conduce ulteriori indagini in materia doganale. Per i beni introdotti nel territorio dell’Unione europea dalla Cina tramite la piattaforma, si ipotizzano condotte riconducibili al reato di contrabbando, in relazione a possibili irregolarità nella dichiarazione, classificazione e valorizzazione delle merci in dogana. Anche in questo ambito, il ruolo dei sistemi informatici e dei flussi di dati assume rilevanza nell’analisi della tracciabilità delle operazioni e dell’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili delle violazioni.

Stabile organizzazione occulta in Italia

Un ulteriore versante investigativo riguarda l’eventuale esistenza di una stabile organizzazione occulta del gruppo Amazon in Italia nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024. L’ipotesi è che, pur attraverso strutture giuridiche localizzate in altre giurisdizioni, la società abbia in concreto svolto nel territorio italiano una parte essenziale della propria attività imprenditoriale, beneficiando del mercato interno e delle infrastrutture logistiche, ma senza assoggettare integralmente a tassazione in Italia i redditi così prodotti.

In questo quadro, la qualificazione dell’assetto organizzativo, logistico e tecnologico della piattaforma assume un valore decisivo ai fini dell’eventuale riconoscimento di una stabile organizzazione ai sensi delle norme interne e delle convenzioni contro le doppie imposizioni, con possibili riflessi significativi sul piano dell’imposizione diretta.

La posizione difensiva di Amazon e il tema dell’attrattività del sistema Paese

In una nota diffusa alla stampa, Amazon rivendica il proprio ruolo di primario contribuente in Italia e di uno dei maggiori investitori esteri sul territorio nazionale, dichiarando di avere effettuato investimenti per oltre 25 miliardi di euro negli ultimi 15 anni e di impiegare più di 190 mila persone nel Paese, considerando l’occupazione diretta e l’indotto. La società richiama, inoltre, il problema dei cosiddetti contesti normativi imprevedibili, delle sanzioni ritenute sproporzionate e dei procedimenti legali di lunga durata, elementi che, a suo avviso, inciderebbero negativamente sull’attrattività dell’Italia agli occhi degli investitori internazionali.

Amazon sottolinea di avere già provveduto al pagamento delle somme concordate con l’Agenzia delle Entrate, pur dichiarandosi in disaccordo con i presupposti dell’indagine. L’intesa raggiunta con l’Amministrazione finanziaria viene presentata come espressione di un impegno a collaborare con le autorità italiane. Sul fronte penale, la società annuncia che si difenderà con determinazione, ritenendo le imputazioni formulate dalla Procura prive di fondamento.

Verso una ridefinizione dei rapporti tra piattaforme digitali e fisco

La vicenda milanese si inserisce in un contesto più ampio, nazionale ed europeo, di progressiva ridefinizione dei rapporti tra grandi piattaforme digitali, sistemi fiscali e autorità di controllo. Al centro del confronto si collocano il dovere di trasparenza sui flussi economici generati dai venditori terzi, la responsabilità dei gestori delle infrastrutture digitali nell’assicurare il corretto assolvimento dell’IVA e dei dazi, nonché la necessità di integrare in modo effettivo gli obblighi tributari all’interno dei processi automatizzati di decisione e gestione logistica.

In questa prospettiva, il procedimento avviato dalla Procura di Milano rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere come le scelte algoritmiche, l’architettura dei sistemi informativi e le politiche di compliance fiscale delle piattaforme globali possano diventare oggetto di scrutinio giudiziario, incidendo sulla definizione futura degli equilibri tra innovazione tecnologica, competitività imprenditoriale e tutela dell’interesse erariale.