Montepaschi, cessazione del rapporto e disputa sulla governance: il caso Lovaglio
Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena ha disposto la risoluzione del rapporto di lavoro con Luigi Lovaglio, che restava in organico con la qualifica di direttore generale nonostante la revoca delle deleghe da amministratore delegato. La decisione è stata presa nel corso di una riunione essenziale, convocata per esaminare un unico punto all’ordine del giorno, con il supporto dell’avvocato giuslavorista Francesco Giammaria.
In una nota, il legale ha chiarito che, «in conseguenza della revoca delle deleghe», si è proceduto alla «risoluzione unilaterale per giusta causa del rapporto di lavoro» con l’ex ceo della banca senese. La vicenda, così, non ha riguardato soltanto l’assetto societario, ma anche il profilo strettamente lavoristico del manager, rimasto formalmente dipendente dell’istituto fino alla delibera del board.
La contestazione disciplinare e il nodo della comunicazione preventiva
Alla base della decisione vi sarebbe uno scambio di corrispondenza tra il consiglio e Lovaglio, culminato nella contestazione disciplinare formalmente inviata dall’organo amministrativo. Il confronto si sarebbe acceso quando il manager, escluso dalla lista del cda uscente per il rinnovo del board, ha comunicato l’adesione alla lista concorrente promossa da Plt Holding, che lo ha indicato come candidato alla carica di amministratore delegato.
Secondo la ricostruzione del consiglio, tale adesione non sarebbe stata resa nota con la necessaria tempestività. La posizione del board, presieduto da Nicola Maione, è che la scelta avrebbe dovuto essere anticipata e comunicata in via preventiva, prima dell’annuncio effettuato dal manager nel giorno stesso della scadenza per il deposito delle liste. Lovaglio avrebbe replicato con proprie controdeduzioni, senza però entrare nel merito della questione temporale sollevata dal cda.
Il profilo giuridico della decisione
Il passaggio dalla revoca degli incarichi alla cessazione del rapporto di lavoro evidenzia la distinzione tra funzioni societarie e contratto individuale. Nel caso di specie, la deliberazione del consiglio ha inteso ricondurre la condotta del manager a una violazione tale da legittimare la risoluzione per giusta causa, formula che il board ha ritenuto coerente con l’interruzione del vincolo fiduciario.
Lo scontro interno e gli effetti sull’assemblea
Il licenziamento si inserisce in un conflitto già aperto tra Lovaglio e il consiglio di amministrazione, esploso dopo la sua esclusione dalla lista del board per il rinnovo dell’organo. Lo scenario interno resta quindi fortemente segnato dal confronto tra le diverse opzioni in campo, mentre l’assemblea convocata per la prossima settimana si annuncia particolarmente rilevante per gli equilibri futuri della banca.
Le stime sull’affluenza indicano una partecipazione potenzialmente vicina al 70% del capitale. Oltre a Delfin, ha depositato le proprie azioni anche Edizione, titolare dell’1,45% del capitale di Mps. La holding dei Benetton potrebbe orientarsi verso il sostegno alla lista del cda. Diversa la posizione della finanziaria dei Del Vecchio, per la quale il contesto complessivo del mercato e alcuni elementi non ancora chiariti nella composizione della lista potrebbero favorire l’astensione, senza escludere un voto sui singoli candidati.
Le interlocuzioni con i principali azionisti
Nel frattempo proseguono gli incontri promossi da entrambe le liste. Il gruppo riconducibile al consiglio uscente avrebbe già svolto circa una dozzina di colloqui, con l’obiettivo di arrivare a trenta prima dell’assemblea. Le interlocuzioni hanno coinvolto Blackrock, con il 5% del capitale, Vanguard e Norges, che insieme rappresenterebbero circa il 9% di Mps e che, in via ordinaria, tendono a sostenere la lista del cda. A questa linea potrebbe avvicinarsi anche Banco Bpm, titolare del 3,7%.
Secondo quanto riferito da fonti di mercato, la lista del consiglio potrebbe contare inoltre sul sostegno di casse previdenziali come Enasarco, con l’1,15%, ed Enpam, con lo 0,3%, oltre a ulteriori investitori italiani di minor peso, tra cui Azimut. Sommando tali posizioni a quella di Caltagirone, l’area favorevole al board potrebbe raggiungere una quota compresa tra il 20 e il 22%.
Il voto che può ridefinire gli equilibri
La dialettica tra liste, il comportamento dei grandi investitori istituzionali e le scelte degli azionisti italiani minori delineano un quadro ancora aperto, nel quale la vicenda Lovaglio si intreccia direttamente con la definizione della futura governance. In questo contesto, ogni segnale espresso prima dell’assemblea assume rilievo non solo sul piano societario, ma anche sul piano della tenuta complessiva dell’assetto di Monte dei Paschi.