Oltre le etichette più comuni
Nel dibattito su criptovalute, token e stablecoin, la prima difficoltà non è tecnica ma giuridica: chiamare le cose con il nome corretto. Parlare in modo indistinto di beni digitali, strumenti di pagamento o rappresentazioni di valore rischia di appiattire fenomeni che, sul piano del diritto, sono invece profondamente diversi.
La crescita delle cripto attività impone infatti un cambio di prospettiva. Per inquadrarle correttamente non basta ricorrere a formule generiche: occorre verificare, caso per caso, se ci si trovi davanti a un documento, a un credito, a un titolo oppure a un’obbligazione. Solo così è possibile attribuire a ciascun asset la disciplina coerente con la sua funzione economica e con la sua struttura giuridica.
La distinzione tra denaro e cripto attività
Un punto centrale dell’analisi riguarda il rapporto tra denaro e cripto attività. Non ogni asset digitale svolge una funzione monetaria, e non ogni strumento che circola come mezzo di scambio può essere assimilato a moneta in senso proprio. Bitcoin, stablecoin, utility token e altre tipologie di asset digitali rispondono a logiche differenti, che incidono in modo decisivo sulla loro qualificazione giuridica.
Ne deriva che la disciplina applicabile non può essere costruita per analogia sulla sola base della loro diffusione o della loro accessibilità tecnologica. È necessario distinguere tra strumenti che mirano a conservare valore, strumenti che consentono l’accesso a servizi, strumenti rappresentativi di diritti e strumenti con funzione di regolamento. È proprio questa pluralità a rendere insufficiente ogni definizione unitaria e semplificata.
Il contributo di Francesco Rampone per NOMOS
Nel suo contributo per NOMOS, Francesco Rampone, Lateral Partner di La Scala Società tra Avvocati, propone una lettura sistematica del fenomeno, utile a mettere ordine in un settore in rapida evoluzione. L’impostazione adottata parte da una premessa essenziale: la qualificazione giuridica delle cripto attività non può prescindere dalla funzione concreta che esse assolvono nel mercato e dal tipo di rapporto che instaurano tra emittente, utilizzatore e destinatario.
Da questa prospettiva emerge con chiarezza che bitcoin, stablecoin, utility token e asset simili non sono espressioni intercambiabili. Ognuno presenta una propria fisionomia giuridica e, proprio per questo, richiede una disciplina distinta. La ricostruzione sistematica diventa così uno strumento indispensabile per evitare sovrapposizioni concettuali e ricadute applicative improprie.
MiCAR e la necessità di categorie più precise
L’analisi assume particolare rilievo anche alla luce del Regolamento MiCAR, che rappresenta uno dei principali punti di riferimento nella regolazione europea delle cripto attività. Il quadro normativo europeo non si limita a registrare l’esistenza di nuovi strumenti digitali, ma ne impone una lettura più rigorosa, capace di distinguerne la natura e la funzione.
In questo contesto, la precisione terminologica diventa un’esigenza applicativa oltre che teorica. Una classificazione corretta incide su trasparenza, obblighi informativi, tutela dell’investitore e stabilità del sistema. Per tale ragione, la riflessione proposta da Rampone si colloca nel cuore delle questioni aperte dalla digitalizzazione della finanza e offre un criterio utile per orientarsi tra innovazione tecnologica e continuità degli istituti giuridici tradizionali.
Un invito a leggere il fenomeno con strumenti giuridici adeguati
Il punto non è soltanto comprendere come funzionano le cripto attività, ma stabilire quale sia la loro effettiva collocazione nel sistema delle fonti e delle categorie civilistiche. È qui che il linguaggio del diritto mostra la propria funzione ordinante. E quando il lessico è corretto, anche la disciplina applicabile diventa più leggibile.
Per approfondire il contributo completo, è possibile leggere l’articolo integrale qui.