Intelligenza artificiale e ordinamento italiano: il nuovo assetto tra innovazione, controllo e garanzie
Intelligenza artificiale e ordinamento italiano: il nuovo assetto tra innovazione, controllo e garanzie

Intelligenza artificiale e ordinamento italiano: il nuovo assetto tra innovazione, controllo e garanzie

L’intervento del Governo muove da una scelta precisa: integrare l’intelligenza artificiale nell’ordinamento interno senza creare regole sovrapposte rispetto al quadro europeo delineato dall’AI Act. I due schemi di decreto legislativo approvati dal Consiglio dei ministri nella seduta del 10 giugno si collocano, infatti, in un percorso di adeguamento che punta a rendere coerente il sistema nazionale con la disciplina dell’Unione, valorizzando sviluppo tecnologico e protezione dei diritti fondamentali.

La logica sottesa è quella di un utilizzo dell’IA come fattore di efficienza, competitività e modernizzazione, ma entro limiti chiari. La tecnologia può assistere, ottimizzare, accelerare. Non può sostituire il controllo umano né indebolire le responsabilità che gravano su professionisti, operatori della giustizia e istituzioni. Proprio per questo il baricentro degli interventi si sposta su formazione, competenze e presidio organizzativo.

Professioni intellettuali: l’IA entra nei percorsi formativi

Il primo ambito interessato è quello delle professioni intellettuali, per le quali viene introdotta una novità di rilievo: l’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale dovrà essere inserita nei percorsi di formazione iniziale e continua. Non si tratta di un mero aggiornamento tecnico, ma di un passaggio che incide sulla qualità stessa dell’attività professionale.

Gli ordini saranno chiamati a rivedere i propri regolamenti per predisporre programmi capaci di affrontare non solo il funzionamento dei sistemi, le loro applicazioni e i possibili margini di impiego, ma anche i profili giuridici, deontologici e di responsabilità connessi all’uso degli strumenti digitali. La preparazione del professionista, dunque, non potrà limitarsi alla dimensione operativa.

In questo quadro, il ruolo umano rimane decisivo. L’impiego dell’intelligenza artificiale non attenua la responsabilità del professionista, semmai la rende più esigente, perché impone di verificare, valutare e governare l’output prodotto dalla macchina. L’ausilio tecnologico resta strumentale rispetto alla prestazione, mentre il controllo finale continua a essere attribuito al soggetto umano, quale presidio essenziale nei confronti del cliente o dell’utente.

Competenze tecniche e doveri deontologici

Il legislatore sembra voler evitare una deriva puramente automatica nell’esercizio delle professioni. Per questo la formazione dovrà includere anche la capacità di riconoscere i limiti degli strumenti utilizzati, le criticità dei sistemi ad alto rischio e le implicazioni etiche dell’affidamento a modelli algoritmici. È qui che si misura la tenuta del rapporto fiduciario, non in una fiducia cieca, ma in una responsabilità consapevole.

Equo compenso: l’automazione non svaluta la prestazione

Un secondo punto di rilievo riguarda l’equo compenso e la determinazione dei parametri professionali. I decreti prevedono che i criteri per la liquidazione dei compensi, incluse le tariffe forensi, siano aggiornati tenendo conto dell’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale e della relativa classificazione di rischio.

L’obiettivo è duplice. Da un lato, si intende prevenire una compressione del valore del lavoro intellettuale sotto la pressione dell’automazione. Dall’altro, si vuole rendere più trasparente il legame tra impiego della tecnologia, qualità della prestazione e responsabilità assunta dal professionista. Non basta che una prestazione sia più rapida per essere meno complessa. Non basta nemmeno che un software assista il lavoro per ridurne il valore economico.

Il compenso dovrà quindi riflettere elementi diversi: il tempo impiegato, il livello di controllo esercitato sul sistema, la complessità della prestazione, il rischio connesso allo strumento utilizzato e la responsabilità finale ricadente sul professionista. In tale prospettiva assume rilievo la revisione dei parametri ministeriali attesa entro dodici mesi, che dovrà tradurre questi criteri in regole operative applicabili nella prassi degli studi.

Il peso della responsabilità professionale

L’uso dell’IA non comporta una riduzione del ruolo umano, ma, se possibile, un suo rafforzamento. Il professionista resta il soggetto che interpreta, verifica e risponde. È su questa centralità che si fonda la logica dell’equo compenso: il valore della prestazione non si esaurisce nell’esecuzione materiale, ma comprende la capacità di orientare la tecnologia entro un perimetro di correttezza, affidabilità e tutela dell’interesse assistito.

Giustizia e intelligenza artificiale: efficienza sì, decisione no

Nel settore della giustizia il discorso si fa ancora più delicato, perché qui l’innovazione tocca il nucleo della funzione giurisdizionale. L’intelligenza artificiale può certamente contribuire a migliorare la ricerca giuridica, la gestione degli uffici, l’analisi dei flussi e la semplificazione delle attività ripetitive. Tuttavia, non può sostituire il giudizio del magistrato, né trasformare la decisione in un esito prodotto dall’algoritmo.

Per questo il nuovo impianto attribuisce un ruolo centrale alla formazione dei magistrati. La Scuola Superiore della Magistratura dovrà occuparsi dell’uso dell’IA in coerenza con le linee programmatiche del Ministero della Giustizia e del Consiglio Superiore della Magistratura. L’aggiornamento richiesto non riguarda soltanto gli aspetti tecnici, ma anche il quadro normativo europeo e nazionale, la cybersicurezza, l’impatto organizzativo e la tutela effettiva dei diritti fondamentali.

Il settore giudiziario, più di altri, richiede una sorveglianza umana concreta e qualificata. Gli strumenti digitali possono supportare, ordinare e velocizzare, ma non sostituire la valutazione del caso concreto, né comprimere indipendenza e discrezionalità del giudice.

Formazione, sicurezza e limiti dell’automazione

La scelta legislativa conferma che la modernizzazione della giustizia non coincide con la delega delle decisioni. La sfida consiste nel coniugare efficienza e garanzia, in un contesto nel quale la conoscenza del funzionamento dei sistemi deve accompagnarsi alla consapevolezza dei loro limiti. È un passaggio essenziale, perché l’errore algoritmico, in questo ambito, può incidere direttamente sulla qualità della tutela giurisdizionale.

Un percorso ancora aperto tra attuazione e prassi applicativa

I decreti rappresentano solo una tappa di un processo più ampio, destinato a proseguire con i pareri parlamentari e quelli delle autorità competenti. Rimane quindi decisiva la fase di attuazione, che dovrà tradurre i principi in regole effettive, capaci di incidere sulla formazione, sull’organizzazione e sulle procedure quotidiane.

Per gli ordini professionali si apre la necessità di rivedere percorsi formativi, regolamenti interni e modelli di aggiornamento continuo. Per l’amministrazione giudiziaria, invece, la sfida sarà quella di introdurre strumenti realmente utili, senza sacrificare autonomia, responsabilità e qualità della funzione giurisdizionale. In entrambi i casi, il punto di equilibrio resta il medesimo: tecnologia al servizio dell’uomo, e non il contrario.

È in questa direzione che si misura la capacità del sistema di accompagnare l’innovazione con regole solide, competenze adeguate e un controllo effettivo, così che l’intelligenza artificiale diventi un supporto affidabile per le professioni e per la giustizia, senza mai alterarne la natura.

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