Regole per la determinazione del “Made in”

Made in EuropeIl prossimo 4 dicembre, si riuniranno a Bruxelles i ministri europei, al fine di pronunciarsi su una questione assai delicata, ovvero il pacchetto legislativo per la tutela dei consumatori europei da prodotti falsi e nocivi, dopo il voto plebiscitario del Parlamento Europeo dello scorso 15 aprile (485 voti a favore, 130 contrari e 27 astenuti) e la proposta della Commissione. L’etichetta del “Made in”, in base all’art. 7 del testo votato, dovrà infatti essere obbligatoriamente utilizzata per tutti i prodotti di consumo finali venduti nell’Unione Europea, esclusi quelli alimentari e medicinali.

Al fine di poter etichettare un prodotto “Made in”, si dovrà fare riferimento alle regole previste dal Codice Doganale dell’Unione (Regolamento (UE) n. 952/2013, che istituisce il codice doganale dell’Unione, e richiama il contenuto del Regolamento (CEE) n. 2913/92 che aveva istituito il codice doganale comunitario). L’art. 60, comma 1, del Codice Doganale dell’Unione, prevede che il primo criterio per la determinazione del “Made in” è il cosiddetto “criterio delle merci interamente ottenute” ed è applicabile a quei prodotti per i quali il processo di lavorazione sia avvenuto in un singolo Paese. Il secondo criterio, definito dal comma 2 dello stesso articolo appena citato, è il “criterio dell’ultima lavorazione o trasformazione sostanziale” ed è applicabile a quelle merci alla cui produzione abbiano contribuito due o più paesi.

Con riferimento a tale secondo criterio, si ricorda che la Corte di Giustizia Europea, con sentenza del 26 gennaio 1977 resa nella causa n. 49/76, ha precisato che «la sostanzialità della trasformazione debba prevalere sul fatto che la stessa rappresenti l’ultima operazione effettuata sul prodotto». In particolare la Corte ha affermato che l’ultima trasformazione o operazione si configura «solo qualora il prodotto che ne risulta abbia composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale trasformazione o lavorazione». In altre parole, laddove l’ultimo intervento sia dettato da una mera necessità di modifica della presentazione della merce, ciò non potrà attribuire l’origine del Paese ove tale modifica si è verificata.

Pertanto, quella della tutela della manifatturiera di qualità è una tematica che non può più essere rinviata, se si pone mente al fatto che, secondo elaborazioni dell’Organizzazione mondiale del commercio, il volume di affari dei prodotti contraffatti e della pirateria corrisponde al 10% degli scambi mondiali per un valore pari a 450 miliardi di dollari, mentre la stima più prudente della Commissione europea e dell’Organizzazione mondiale delle dogane attribuisce al fenomeno un peso pari al 7% della merce scambiata a livello mondiale per un valore tra i 200 e i 300 miliardi di euro. L’Italia è tra i Paesi più colpiti: secondo la Guardia di Finanza i prodotti contraffatti generano nel nostro Paese un volume di affari tra i 4 e i 7 miliardi.

L’etichetta indicante il Paese di origine del prodotto permetterebbe quindi di migliorare la tracciabilità delle merci e di rafforzare la tutela dei consumatori, al fine di evitare, o limitare, pratiche commerciali scorrette, controllando l’intera catena di fornitura.

Conoscere il Paese in cui un prodotto è stato fabbricato è, infatti, un elemento essenziale per comprenderne “la sostenibilità in termini di standard sociali, ambientali, produttivi oltre che la sua qualità e sicurezza”. Molti paesi, quali USA, Canada, Giappone e Cina applicano già da molti anni regole di origine più ferree obbligatorie per tutte le merci, anche per quelle prodotte in Europa, importate verso tali paesi.

Si spera, dunque, che riforme strutturali e regole chiare vengano presto adottate al fine di vincere la partita della concorrenza globale, contrastare la contraffazione, garantire la trasparenza ai consumatori e valorizzare realmente le produzioni di qualità. E questa è una scommessa ancora più importante per le piccole medie imprese italiane.

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